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13 luglio 2010

13 luglio 2010

25 giugno 2010. Ritorno da Dar Es Salaam a Milano.
Siamo partiti 20 giorni fa esatti. Il 6 giugno alle 5 del mattino eravamo all’aeroporto Julius Nyerere e un’auto ci portava al Msimbiazi Center, l’ostello dove avremmo dormito qualche ora. La città era ancora buia, ma già sul punto di svegliarsi. Quando siamo ripartiti in fuoristrada per Mahenge, il giorno successivo, abbiamo percorso la grande arteria che attraversa gli sterminati sobborghi di Dar e alle 6 e mezza del mattino, appena sorto il sole, i fuochi delle case, dei negozi sono già accesi, le pentole in ebollizione. Uomini e donne carichi di merce, di oggetti di ogni tipo portati in equilibrio sulla testa, e bambini in divisa scolastica bianca e blu hanno già invaso il ciglio della strada. Il nostro autista suona il clacson a un centinaio di metri di distanza, e i bambini sciamano come rondini sul bordo sabbioso lasciando libera la carreggiata, per poi ritornare a occuparla alle nostre spalle.
Ore di viaggio più tardi, alle 11, siamo a Morogoro e stiamo per entrare nel parco Mikumi. I bambini sono ancora sulla strada, stanno ancora andando a scuola… Per tutta la mattina, nel nostro viaggio, vediamo questa processione di scolari che percorrono anche decine di chilometri al giorno. Da qualche anno, non molti, l’educazione e la scolarizzazione sono entrate fra le priorità delle famiglie tanzaniane.
Nel Parco che attraversiamo per raggiungere Ifakara i Baobab sono immensi, con i rami sproporzionatamente corti rispetto alla larghezza del tronco, già senza foglie. E’ finita da poco la stagione delle piogge, e inizia il periodo secco. Ma di acqua, quest’anno, ce n’è ancora molta. I tronchi dei Baobab ne sono pieni, rigonfi. Più in là, in caso di siccità, qualche elefante li squarcerà per dissetarsi.

Ifakara significa “già tutti morti”, nome che deriva dalla posizione in una zona funestata dalle inondazioni del Kilombero, e infestata dalle peggiori zanzare malariche d’Africa. Ora sostiamo solo per il pranzo, ma al ritorno ci fermeremo più a lungo. In effetti al nostro arrivo notiamo un grande cimitero situato in una specie di bosco di palme e manghi, senza nessuna delimitazione… tombe ricoperte di piante infestanti, spesso segnalate da lapidi sbrecciate, a volte decorate con piastrelle da sala da bagno, smaltate, molto colorate. In cielo un gran via vai di aironi e cicogne.

Nonostante il nome Ifakara è una cittadina grande e vitale, con più di centomila abitanti.
Si riparte e la strada di qui in avanti non è asfaltata. Si attraversa il Kilombero (per la seconda volta) questa volta su una chiatta. Tra le canne del bordo di questo fiume limaccioso e tranquillo si nascondono alligatori e anaconda. I locali vi si addentrano per pescare a bordo di piccole canoe. Il pesce secco o grigliato si vende all’imbarcadero.

Si sale a poco a poco. Dall’altopiano si domina l’immensa pianura che giunge fino a Dar e al mare. La vegetazione è rigogliosa. La pianta di papaya, che qui fruttifica perennemente, espone ovunque le sue grandi foglie lobate e i frutti verde giallo. Alti e con il tronco color nocciola e crema spiccano gli alberi di Teak, pregiatissimo legno qui ancora poco utilizzato. Il nostro ospite a Mahenge, il vescovo, ha progetti di coltivazione e sfruttamento di questa risorsa.

Luigi ci chiede di filmare le iniziative di cui occupa la diocesi di Mahenge, perché molte di queste sono sostenute dalla Onlus di cui fa parte.
La sua idea, l’intuizione che lo ha mosso a tornare in Tanzania dopo il primo viaggio e a proporci di accompagnarlo con una videocamera, è che il ruolo della chiesa oggi in questa parte d’Africa è molto simile a quello che essa ha avuto nel dopoguerra in Italia. I parroci, i vescovi, sono impegnati nella soluzione di problematiche sociali, sono portatori di un’idea di sviluppo del paese, sono preti imprenditori, preti educatori. In qualche modo sono un motore fondamentale nella trasformazione sociale in atto, e soprattutto puntano a preparare una futura classe dirigente capace di sfruttare le opportunità offerte dagli investimenti stranieri nel paese, la probabile imminente industrializzazione che sarà guidata dalle società indiane e cinesi.
In questo viaggio ci limiteremo a documentare questa realtà, per fornire alla Onlus materiale audiovisivo che possa aiutare nella scelta di iniziative da sostenere. E’ presto, ovviamente, per trarre conclusioni, per ipotizzare progetti audiovisivi più complessi.

Il primo impatto con le scuole private cattoliche a Mahenge mette subito in evidenza quanto siano impostate sulla lotta contro l’arretratezza che ancora fa delle campagne (ma anche di molte aree urbane) dei luoghi di povertà assoluta, dove manca ogni stimolo di miglioramento delle condizioni di vita. Giungendo qui abbiamo costeggiato i cortili e le case di fango, dove i bambini e gli animali ci guardavano o ci correvano incontro, distanti magari diversi chilometri da un corso d’acqua, un torrente dove lavare i vestiti, riempire taniche. Più verso l’interno, nella savana, ci sono famiglie (allargate) di Masai. Anche lungo le strade li puoi individuare. Sono bambini che guidano una mandria, con i bastoni sottili pronti a sibilare e colpire, o donne che camminano a due, a tre, senza età, dai tratti antichi e futuristici al tempo stesso, narici tagliate e grandi occhi, teste rasate, il passo ampio e veloce; ricordano le creature aliene di Pandora del film “Avatar” e rifiutano sorridendo di farsi fotografare.
Si discuteva lungo la strada, Luigi dice “non c’è niente da fare… preferiscono fare dieci chilometri al giorno con dieci litri d’acqua sulla testa che imparare a scavare un pozzo o costruire una cisterna.” – “ma se non avessero da fare questi 10 chilometri, incontrandosi e fermandosi mezza giornata al fiume, cosa farebbero tutto il giorno? Sarebbe il primo passo per chiudersi ciascuno nella propria casa.”. E invece nelle case non ci stanno mai. Solo per dormire, per terra spesso, in stanze completamente vuote (da cui però all’occorrenza spuntano oggetti di ogni tipo, sedie per gli ospiti, ad esempio, sedie di plastica bianca come nelle terrazze dei nostri bar…)

Le scuole. Maschili o femminili rigorosamente separate. L’importanza delle divise. Al nostro arrivo gli studenti ci accolgono in formazioni ordinate con canti di benvenuto. Ci fanno sentire colonnelli che passano in rassegna le truppe, immobili e stoiche sotto il sole. Poi gli studenti capogruppo, o il rappresentante degli insegnanti ci fanno l’elenco delle loro necessità, chiedendoci un aiuto.
Nelle istituzioni gestite dalla chiesa, a pagamento, è chiaro che spesso la possibilità di un’istruzione completa nasce da un patto che durerà tutta la vita: “Il vescovo ha creduto in me, mi ha sostenuto negli studi, anche se la mia famiglia è povera. Ora io ho un debito con lui. Entrerò in seminario. Mi farò suora. Sarò infermiera in un suo ospedale. Insegnante nelle stessa scuola dove ho studiato. Così restituirò quello che mi è stato dato e contribuirò allo sviluppo del paese”.
Le scuole pubbliche invece hanno grosse carenze. Insegnanti assenti per anni interi, problemi di igiene. Mancanza di materiali. Il sogno di Nyerere è ancora di là da realizzarsi. La solidarietà “familiare” di un intero popolo che si unisse nello studio e nel lavoro, si è arenata di fronte ad una divisione ancora drammatica e incolmabile fra ricchi e poveri. Il presidente aveva chiesto, ancora negli anni ’60 che i giovani benestanti, dopo la laurea, trascorressero alcuni anni nelle campagne, a contatto con il popolo, mescolandosi con esso, per conoscerlo e trasmettere le loro conoscenze. Ci fu una rivolta. Ma anche al popolo chiese di collettivizzare il lavoro della terra. Un’altra rivolta.
Purtroppo anche qui la sola rivoluzione è stata quella della Coca Cola, che in eleganti bottigliette di vetro oblunghe da 50cc si trova ovunque, anche tra le capanne della savana.
E oggi la trasformazione avviene sotto la pressione più discreta ma irresistibile della televisione, che sta facendo penetrare nuovi modelli di vita, per raggiungere i quali bisogna studiare. Le studentesse di St Agnes secondary school, di Regina Mundi, nella sperduta Mahenge, sognano di viaggiare in Europa o in America, di diventare giornaliste o addirittura attrici. Chiedono a Susanna, che si è presentata e ha raccontato il suo lavoro di producer cinematografica, dettagli e informazioni. Vogliono un lavoro come il suo, autonomia, non essere obbligate a sposarsi, le chiedono se vive da sola o con un marito… mi guardano con curiosità ma anche sospetto, le chiedono se sono suo fratello, e se invece sono un suo collega che tipo di collega sono, il suo capo forse? Insomma dopo poche ore Susanna è già diventata Susy e le ragazze le confidano i propri progetti professionali, di vita, d’amore…

Di ritorno a Ifakara, con l’assillo delle zanzare, ci prendiamo una mezza giornata per vedere come si svolge la vita in città. La strada commerciale è in realtà un susseguirsi di botteghe di sarti, di venditori di tessuti (kanga e kitenge), di piccoli empori generici, di “dawa la duka” (farmacie). Ci sono anche Guest House, con stanze accoglienti, e gli immancabili negozi tecnologici con sfilze di televisori ma soprattutto di telecomandi (saranno tutti correlati ad un apparecchio o sono ritenuti oggetti autonomi?).
Ma anche la vita commerciale si svolge tutta per strada. I proprietari dei negozi sono assenti, compaiono solo quando l’attesa del visitatore diventa un chiaro segnale di interesse. Oppure al contrario la veranda del negozio è gremita di persone che parlano, mangiano, o guardano una televisione. Impossibile avvicinarsi in veste di “cliente”.
Le macchine da cucire dei sarti sono collocate direttamente sul marciapiedi.

Uno dei parroci della città ci racconta le sue “attività” e ci accompagna a visitare una scuola professionale di falegnameria, un lebbrosario, il cantiere di un nuovo centro giovanile, un centro per bambini ritardati orfani o che le famiglie non possono tenere… diventa sempre più chiaro che la carriera ecclesiastica è qui basata sui “risultati”, sul numero di fedeli presenti alla messa, di alunni nelle scuole, di bambini negli orfanotrofi, di nuovi battezzati. Il nostro parroco è in corsa per diventare il prossimo vescovo (Baba Askofu) della regione. Ma la concorrenza è spietata. Ogni prete ha pronta la sua lista di orfanotrofi, kindergarten, scuole, cimiteri, coltivazioni di ortaggi, e per ogni progetto espone una richiesta di aiuto. Noi siamo m’zungu, europei, e da noi non può non arrivare denaro… e infatti spesso arriva (da Luigi, dalla Onlus). E’ un po’ fastidioso accorgersi che ogni discussione nel merito delle “attività” è del tutto aggirata, non interessa molto sapere come si potrebbero impostare i lavori, i progetti, il sistema di irrigamento di un campo. Si vuole un dono, non parole. Una cifra congrua ad aprire un nuovo cantiere… Un volontario italiano, Francesco, che vive a Ifakara da quasi due anni, ci racconta dei suoi tentativi di creare laboratori tecnici, di insegnare a costruire apparecchi a energia solare… “dopo due anni ancora fingono di ascoltarmi ma aspettano solo il momento in cui aprirò il portafogli. In due anni non sono riuscito a far capire che io soldi non ne ho.”

Lo stesso ci racconta, vicino a Dodoma, un tecnico della Philips in pensione che, senza conoscere una parola di inglese, si sta sforzando di formare come tecnico un taciturno quarantaseienne locale. Si trovano all’interno di un ospedale di Suore di Santa Gemma. Il problema evidente è che non c’è in tutta la struttura nessuno in grado di sostituire le parti elettriche dei delicati macchinari che sono stati donati. Difficile far capire l’importanza della manutenzione, e soprattutto l’assurdità di abbandonare uno strumento importante come un frigorifero per le sacche di sangue se solo salta un fusibile.
All’incomunicabilità supplisce l’eloquente dialetto lombardo del tecnico Philips, colorito di bestemmie per fortuna incomprensibili alle orecchie delle “sisters” e di un ampio gesticolare, per quanto il suo allievo non sembri ancora convinto del proprio ruolo e della profonda, necessaria distinzione fra cavi di colori differenti.

Ma il viaggio prosegue, non senza una certa fatica. Pesa, dopo quasi due settimane, la dieta monotona di riso bollito, verdure e kuku (pollo). Nient’altro, eccetto ottima frutta. Susanna, in camicia di tela o avvolta nei kitenge, assomiglia sempre di più alla Debra Winger di “Un thè nel deserto”.
Eppure, la visione di una vita così distante dai nostri ritmi e dalla nostra mentalità contiene qualcosa di misterioso e di ammaliante. Sono più forti i nostri concetti di progresso, di miglioramento della vita, di tecnica, o la nuda evidenza della realtà vissuta giorno per giorno, con fatalismo, senza progetti a lungo termine e con l’unica percezione del tempo data dal sorgere e calare del sole (peraltro più o meno costante, tutto l’anno, con 12 ore di luce e 12 di oscurità)?
E’ più sensato il nostro affannarci, il nostro brutto gesticolare e strappare malamente alla vita qualche sudata ricompensa, o l’accogliere quello che viene, nel bene e nel male, senza dare eccessiva importanza a nulla e tantomeno a se stessi?

Queste persone che scorrono dietro il vetro della nostra jeep sono indolenti nella fatica e nelle avversità, ma sono anche moderati nel piacere e nella gioia. La loro attitudine è fatta di minori eccessi e maggiore quiete. Camminano, tutti i giorni, per decine di chilometri e poi tornano indietro. Possono succedere tante cose, piccole o grandi in questo tragitto, e questa è la vita. Nulla di più da aspettarsi invano. Nulla che possa guastare il piacere di camminare, finché è un piacere.
Forse è questa la filosofia di questa gente. Ma si tratta della filosofia desunta dagli sguardi m’zungu dietro il finestrino della jeep.

Per metterla alla prova, tornati in città, a Dar, iniziamo a muoverci con i “dalla dalla”, gli affollattissimi autobus urbani oggi di fabbricazione cinese.

(continua.. appena ne avrò il tempo)

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